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Il Ladakh e le sue genti
 

autore:    Arianna Colliard [19-10-2010]

Il Ladakh, tutt'ora considerato lo scrigno di una cultura millenaria, è un'enclave del Buddhismo tibetano collocata tra l'Hinduismo indiano a sud, il Pakistan musulmano (come il Kashmir e il distretto di Kargil) ad ovest e i remoti deserti sino-tibetani, a Nord.
In questa regione, costretta tra le grandi catene montuose del Karakorum e dell'Himalaya, a seguito di migrazioni millenarie e di adattamenti a condizioni ambientali estreme, si è radicata la popolazione dei ladakhi.
Ad insediarsi per primi nelle vallate dell'attuale Ladakh (Valle dell'Indo, dello Zanskar e del Fiume Shiok-Nubra) si ritiene siano stati due gruppi ariani di origine caucasica: i Mon, provenienti da sud (India peninsulare) e i Dardi di Gilgit (attuale Pakistan), provenienti da Est. A questi seguirono, già in una fase molto antica, gruppi di popolazioni nomade originarie delle steppe mongole e, in età medievale, del vicino Tibet. Questi, si stanziarono nei pascoli in alta quota e, col tempo, arrivarono a fondare le prime importanti aree rurali agricole lungo il corso dell'Indo e dei suoi affluenti.
Fu con le vicende di secessione dell'impero tibetano in Impero d'Oriente e in Impero d'Occidente (XV e XVI sec. d.C.), che gli influssi sia culturali che demografici da Est continuarono ad aumentare, giungendo ad incidere in maniera significativa nelle caratteristiche generali della popolazione del Ladakh.
Ad oggi, infatti, i Ladakhi risultano principalmente eredi di queste tre etnie e la loro cultura appare molto affine a quella tibetana: nella lingua, nella religione, nella medicina, nelle architetture delle abitazioni e dei monasteri, nella struttura famigliare e sociale, nelle tecniche agricole e silvo-pastorali o, ancora, nelle pratiche alimentari.

Nonostante la particolare collocazione geografica avesse reso il Ladakh un territorio difficile da raggiungere, lontano sia dal mondo indiano che da quello cinese, però, non mancarono, nel corso dei secoli, spunti culturali provenienti dall'esterno.
Le rotte carovaniere che collegavano la ricca valle del Kashmir (Srinagar) con i monasteri della valle dell'Indo e con la capitale del Regno (Shey prima, Leh poi), infatti, stimolarono il passaggio di mercanti e gruppi etnici attraverso quest'area, mettendoli in relazione con la cinese Via della Seta tramite il Karakorum Pass (Passo delle Pietre Nere), a Nord della Nubra Valley. Queste vie resero possibili fiorenti traffici commerciali soprattutto tra il XIV sec e il XVIII sec., quando il mondo mercantile di stampo musulmano, sotto l'Impero Mughal, favorì il transito di merci preziose che, attraverso gli alti picchi del Kun e del Nun, la Valle di Suru e il bacino dello Zanskar, raggiunsero la Valle dell'Indo.
Oggi tali influenze sono manifeste nella presenza, in questo territorio, di alcuni monasteri "atipici" per l'architettura tibetana, come quello di Alchi (perlopiù opera di maestri kashmiri) e con l'insediamento di alcuni nuclei musulmani sciiti, a Kargil e nelle valli di Drass e di Suru.
Ad ogni modo, fu l'influsso del buddhismo tibetano ad essere determinante in Ladakh, e in origine soprattutto per quei gruppi etnici insediatisi nelle valli di Dah e di Hanu-Da, dove villaggi a prevalente etnia Baltì adottarono e riadattarono questa visione del mondo, legandola ai loro antichi culti di ascendenza sciamanica.

Si deve invece all'adozione delle "vie del mare" quali principali rotte commerciali, la perdita di importanza del Ladakh come crocevia carovaniero, momento in cui iniziarono a consolidarsi, nelle differenti vallate, le diverse mescolanze etnografiche creatisi in precedenza. Negli ultimi secoli (tra la fine XVIII e l'inizio del XIX), dunque, il Ladakh tornò alla condizione di quasi isolamento che lo aveva caratterizzato fino all'età medievale e ad un sistema basato sullo scambio interno (tra gli agricoltori dei fondovalle e gli allevatori degli altopiani) piuttosto che sul commercio con l'esterno.

Fu nei secoli successivi che il regno del La-Dak, nella lingua locale il "Paese dei passi", rimase a lungo stabile e pacifico, dato che la stessa dinastia continuò a governare ininterrottamente fino a quando, nel 1834, la regione divenne parte dello Stato di Jammu e Kashmir. Questa annessione, mantenuta sia in seguito all'appropriazione britannica del territorio (1849) che dopo la rivendicazione indiana dell'indipendenza (1947), avrebbe potuto minare in modo significativo la religione e la cultura ladakhi, invece: «as a result of this policy the people of Ladakh were able to follow the teaching of Buddha through learning, thinking and practice in complete freedom. Other noble cultural tradition could also continue without decline» [1].

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La vita al passo con le stagioni

Una sapiente e diretta relazione con le risorse del territorio, è riuscita in Ladakh a garantire per secoli una certa auto sussistenza, necessaria in particolare per far fronte al periodo invernale. E' il legame che le persone hanno dovuto e saputo mantenere con il loro ambiente, ad avere reso fortemente autonoma questa regione. La vita, qui, è tuttora «dettata dalle stagioni, forse più che in qualunque altro posto abitato sulla terra» [2]. Il sole è infatti caldo e tenace (ma mai sopra i 30°C) per i quattro mesi d'estate in cui si concentrano le attività agricole e silvo-pastorali, base dell'economia ladakhi. Sono invece gli otto mesi di rigido inverno, in cui la temperatura scende addirittura a -40° C e le precipitazioni sono ancora più scarse, ad impedire qualsiasi forma di sfruttamento del territorio, letteralmente congelato.
Ad ogni modo, gli abitanti del Ladakh hanno imparato a sfruttare le loro energie e le loro tecniche per sopperire a queste carenze, usufruendo al meglio di ciò che l'ambiente naturale mette loro a disposizione nel breve periodo estivo.
Ogni famiglia, qui, possiede infatti un ampio appezzamento di terreno, ma la sua estensione ideale è proporzionale alla composizione del nucleo famigliare. I Ladakhi, non a caso, stimano le dimensioni della terra in base al tempo che ci impiegano per ararla, ed è perciò inutile per loro averne più del necessario.
Il ciclo agricolo inizia tra febbraio e giugno, a seconda dell'altitudine dei piccoli insediamenti sparsi nel territorio e delle previsioni di un astrologo, che studia le sue carte per assicurarsi che ciò avvenga nel giorno propizio. Solo al momento opportuno, quindi, si parte con la semina di quello che la natura consente ai Ladakhi di coltivare, e cioè principalmente orzo (circa i due terzi dei campi), base dell'alimentazione locale (infatti l'importanza dell'evento viene sancita dalla cerimonia del "Risveglio della Terra"), un tipo di grano dalla crescita rapida e, in qualche orticello, rape, lenticchie e piselli. Mentre ad altitudini inferiori ai 3300 metri (come la Valle dei Dardi) ci sono ancora alberi di albicocche e di noci nere giganti, più in alto la popolazione è costretta a dipendere dall'allevamento degli animali, che forniscono pelli, lana, carni e latticini, utili sia all'autoconsumo che allo scambio con prodotti vegetali e farina d'orzo.

Più si sale di quota, in Ladakh, più verde appare d'estate la terra arida. I pascoli proliferano di piante selvatiche e il territorio si riempie di una fauna varia e spettacolare: mandrie di animali più o meno domestici, volpi, marmotte, cani, cavalli allo stato brado, volatili di vario genere, tra cui la "gru tibetana" e grandi aquile. Ma potrebbero esserci anche i lupi, il raro leopardo delle nevi, oppure la "pecora blu": nonostante l'apparente ostilità del territorio, il Ladakh è ospite di una varietà incredibile di specie animali e vegetali inconsuete. E praticamente tutte le piante, anche quelle che noi considereremmo erbacce, vengono qui raccolte per una qualche utilità particolare: la medicina tibetana e l'amchi, il medico ladakhi del villaggio, hanno insegnato nel corso dei secoli come sfruttarle nel migliore dei modi.
Conservare e trasmettere queste conoscenze, come in altre comunità montane, spetta qui essenzialmente alle donne, detentrici di saggezza e perno dell'economia famigliare; ma nonostante lavorino più degli uomini, il contributo viene loro pienamente riconosciuto. La parte femminile della società è in Ladakh quella che gestisce anche l'organizzazione delle pratiche agricole (a parte arare e trasportare o commerciare i prodotti), i ruoli però non sono definiti, come accade invece in occidente: la maggior parte degli individui non si specializza in attività particolari, ma acquisisce competenze multiple, per soddisfare i propri bisogni e portare avanti il lavoro in famiglia e nel villaggio.
A chi si occupa dei campi, comunque, sia uomini che donne, nel pieno dell'estate tocca l'irrigazione delle messi, che prima del raccolto non richiedono mai troppa attenzione. Una persona del paese, allora, viene eletta churpon, cioè viene incaricata di gestire e regolare il flusso dell'acqua tra i coltivi, cercando di bloccare ed aprire i canali (con sassi o zolle di terra) a seconda delle necessità e di distribuirla nel modo più uniforme possibile.
Da metà agosto, giunge poi il momento meno tranquillo del raccolto, che rende particolarmente evidenti i legami comunitari e la mutua cooperazione che i ladakhi hanno da sempre incentivato tra villaggi e cercato di mantenere all'interno di essi. Se già nelle fasi più critiche della stagione agricola gli utensili e gli animali da traino sono messi in comune, qui alcuni coltivatori decidono di suddividersi il raccolto (anche quando due campi sono pronti allo stesso tempo) semplicemente per poter lavorare insieme, e collaborando lo si fa anche in modo più efficace, procedendo alla raccolta appena è raggiunta la maturazione. Lo skangsol, la festa del raccolto che segue questa fase, è l'evento che scandisce il passaggio dall'indaffaramento estivo, al rilassamento invernale.
L'anno agricolo inizia un nuovo ciclo e, come in realtà per altri momenti della stagione, è una buona occasione per festeggiare: si prega per la felicità e la prosperità di tutte le creature dell'universo, si canta e si balla al ritmo dei tamburi, ci si racconta storie, si fischietta e si scherza più volentieri del solito.
L'inverno porta in Ladakh un freddo secco e pungente, un vento forte e costante, notti lunghe e glaciali, ma a nessun Ladakhi l'inverno mette angoscia o tristezza: lasciandosi pervadere dalla tranquillità e dalla lentezza, si abbandonano compiaciuti alla convivialità e al tepore della stufa nella cucina di casa, invitandosi a vicenda per stare insieme, raccontarsi storie, mangiare, bere e chiacchierare. La stessa conformazione della casa, che dispone sempre di un'ampia sala con caldi tappeti per terra, di un focolare centrale, di tanti tavolini e di una parete completamente ricoperta da pentolame ordinato, lucidato e pronto all'uso, rende evidenti queste abitudini.
Se l'estate è la stagione della produzione di risorse alimentari, l'inverno è infatti quella dedicata quasi esclusivamente al loro consumo e, a parte cucinare, trasportare l'acqua e nutrire il bestiame, il lavoro è abbastanza limitato.
Le occasioni per festeggiare, quindi, rimandate a questo periodo, non mancano mai: la quasi totalità dei matrimoni, dei "battesimi", dei festival nei vari monasteri e delle celebrazioni religiose, vengono appunto diluiti in questi otto freddi mesi, impedendo ai ladakhi di lasciarsi sopraffare da quella che noi occidentali saremmo inclini a chiamare "noia". Loro stessi, come dicono, amano l'inverno, perché si mangia, si fa festa, si riflette e si riposa... Come biasimarli?







1] Tashi Rabgyas, Ladakh, Tradition & Change, Delhi, Jayyed Press, 2004, pp. 7-8.
2] Helena Norberg-Hodge, Il futuro nel passato, una lezione di saggezza dal Ladakh: il piccolo Tibet, Bologna, Arianna Editrice, 2000, p.26.

 

 

 

 

 

 


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