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Kashmir e Ladakh: le realtà etnografiche di oggi
 

autore:    Arianna Colliard [19-10-2010]

Oltre ai ladakhi propriamente detti, che non sono che una minima percentuale della popolazione di questa regione, attraversando lo stato di Jammu e Kashmir è possibile imbattersi in altri gruppi etnici. Queste realtà culturali, pur trovandosi costantemente in contatto tra loro e pur mostrando alcuni tratti comuni, presentano ancora caratteristiche diverse, frutto della diversa storia e delle diverse modalità di interazione con il territorio che li hanno contraddistinti.

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Kashmiri

Sono gli abitanti delle valli del Kashmir, una regione considerata come "Eden terrestre" da tutti i conquistatori, divenuta territorio di fusione tra etnie e religioni. I Kashmiri di discendenza irano-afghana, d'alta statura e dal naso aquilino, sono legati alle origini ariane dei popoli provenienti dagli imperi dell'Asia sudoccidentale (Hindukush) che immigrarono in periodi di carestia o di invasioni dal nord.
I kashmiri, per la maggior parte, sono musulmani, ad eccezione di qualche hindu. Le donne mussulmane portano ancora, anche se saltuariamente, il murdah, un vestito che ricopre loro anche il volto, traforato con ricami in corrispondenza degli occhi. Le donne di religione induista indossano invece un abito formato da pantaloni chiusi alla caviglia e da una larga casacca che scende fino al ginocchio.
L'artigianato del Kashmir deve la sua fama alla produzione di filati preziosi come la lana della capra di alta montagna, chiamata pashmina, dalla quale vengono prodotti scialli e sciarpe di grande pregio, oppure tessuti decorativi ed arazzi. La lana viene anche venduta grezza per produzioni occidentali di maglieria (in "kashmir", appunto).
Importante è inoltre la lavorazione del legno, sia come materiale da costruzione, sia come artigianato ornamentale: il kashmir vanta infatti una tradizione di falegnami ed intagliatori che oggi vengono addirittura "esportati" come manodopera specializzata.
Simili a legno leggerissimo, vi sono poi curiosi ed originali manufatti in carta pesta che, pressata, modellata e dipinta, assume aspetti artistici interessanti, sotto forma di scatole, cofanetti o vassoi finemente decorati. Quest'arte è stata importata dagli artisti iraniani, i quali non disdegnano di ornare gli oggetti con miniature che riproducono scene di guerra, raffigurando ad esempio gli invasori Mughal contro gli indiani, in difesa Kashmir.
L'arte kashmira mette in risalto le ricercate decorazioni tipiche dell'arte islamica, fondendole però alla ricchezza di colori ed alla vivacità del mondo indiano. Nei monasteri buddhisti più vicini alle aree di influenza kashmira, si notano ricercatissime lavorazioni dei portali e dei porticati in legno (monastero di Alchi). La ricchezza di legname proveniente dalle foreste del Kashmir permette anche di commerciarne con le aride e spoglie regioni montane.
Questo, comunque, è un territorio senz'altro più fertile e più ameno del Ladakh; le quote sono più basse, con maggiori disponibilità di acqua e bacini idrici (Srinagar è parzialmente costituita da case galleggianti sul lago Dal) e con immense possibilità dal punto di vista della produzione di materie prime e pietre preziose: un vero paradiso che ha permesso al loro spirito artistico di svilupparsi in tutte le direzioni, combinando tra loro il meglio delle influenze islamiche ed orientali.
Tra le produzioni agricole, è qui degna di nota quella di zafferano, coltivato per lo più nella valle di Anantag, verso le pendici dell'Himalaya.

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Gujar

Etnia di pastori semi-nomadi dediti alla transumanza e provenienti dalle basse montagne del Siwaliks, poco a nord di Jammu, i Gujar vivono qui allevando bovini e ovini o, fino alla primavera, coltivando principalmente granoturco, quando partono poi verso Nord in direzione dei pascoli himalayani. Non di rado, si possono incontrare nei pressi di Dras e di Kargil, oltre lo Zoji-La.
In generale, i Gujar sono induisti, sikh o musulmani. Nei primi due casi, dal punto di vista hindu, si considerano appartenere alla casta degli "ksatriya", nel terzo invece, sono kashmiri (dell'India o del Pakistan) a pieno titolo.
La loro origine è alquanto incerta, si ritiene però che apparvero nel Nord dell'India ai tempi dell'invasione degli Unni, dai quali forse discendono.
Tra gli attuali confini della nazione, a parte nello stato di Jammu e Kashmir, la popolazione Gujar si trova soprattutto a nord-ovest del subcontinente, dall'Himachal Pradesh al Rajasthan, dal Gujarat al Maharasthra. Sono tre i grandi gruppi principali che fanno parte di questa etnia, e in tutti i casi la lingua parlata è il Gujari, assieme ad altre lingue indo-aryane.
Solo in Kashmir comunque, secondo il censo del 2001, questo popolo contava ben 763.800 persone, di cui il 99 % mussulmane.
I Gujar sono suddivisi in centinaia di clan e la loro è una società patrilineare, cioè l'eredità viene trasmessa di padre in figlio maschio. I matrimoni sono spesso combinati dai genitori e la dote alla famiglia della sposa è di solito pagata in denaro o in capi di bestiame (bufali). E' loro permesso sposarsi anche al di fuori del clan di appartenenza, e le giovani coppie rimangono a vivere vicino ai genitori.

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Dardi

Il popolo dei Dardi, un'aggressiva tribù Arya, giunse in questi territori dalle regioni del Caucaso agli inizi dell'era cristiana. Dopo un breve periodo di sviluppo e di crescita demografica, che creò numerosi insediamenti lungo la valle dell'Indo, la storia di questo popolo si perde tra le lotte di imperi più potenti e la nascita del regno del Ladakh. Probabilmente molti insediamenti dardi si fusero con il passare dei secoli con altre etnie, così da perdere la loro identità, relegata ora ad alcune vere e proprie nicchie che si trovano al di fuori delle rotte di passaggio.
Una di queste è proprio la comunità del Dardi di Dah - Hanu, gli unici che hanno mantenuto l'originaria tradizione buddhista, con influenze Bon, ma senza che le famiglie si mescolassero con quelle dei vicini villaggi ladakhi. Qui, infatti, i membri di una comunità non sono autorizzati a sposarsi al di fuori della stessa (endogamia) ed ogni giovane è indotto a cercarsi una sposa esclusivamente all'interno dei tre villaggi Brokpa (così vengono anche chiamati i Dardi) della zona. Considerato che ognuno di essi è costituito da sole tre dozzine di case circa, però, la scelta diventa alquanto limitata.
Allora, dato che a sposare una donna al di fuori della comunità si rischia la scomunica da parte della stessa e visto che le donne del gruppo tendono col tempo a diventare sterili, i Dardi hanno architettato un piano per migliorare le loro condizioni: un festival della fertilità. Celebrato ogni tre anni appena dopo quello del raccolto, questo festival consiste in una settimana di festeggiamenti, danze, banchetti e amore libero tra i membri della comunità, allo scopo di incrementare le nascite mantenendo integro il lignaggio.
In queste zone, le popolazioni sono dedite all'agricoltura su appezzamenti di terra arroccati tra le ripide pareti rocciose e l'impeto del fiume Indo. Oggi, le donne Brokpa utilizzano ancora i tradizionali copricapo ricoperti di fiori freschi (rose ed alkekengi), continuano a curare alberi da frutta e producono una quantità non indifferente di albicocche secche, fichi secchi, mele e noci, utilizzate come merce di scambio.
Nelle zone prettamente musulmane (Kargil e Suru Valley) i Dardi si sono nel tempo convertiti all'Islamismo e in parte miscelati con le usanze kashmire.

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Changpa

I Changpa sono i pastori di alta quota del Ladakh, seminomadi, che abitano gli altopiani orientali, dedicandosi prevalentemente alla pastorizia. Vivono in tende, rebò, tradizionalmente preparate con pelo di yak e di capra, nella regione del Lago Pankong, del Lago Tso Moriri e in quella del Rupshu, ma possono trovarsi anche in altre zone dell'India. Allevano prevalentemente ovini e yak e sfruttano come zone di pascolo le aree ai margini dei ghiacciai, dove il terreno, più umido per la fusione dei ghiacci, permette il formarsi di pascoli d'alta quota. Spesso vivono con le tende sugli altipiani tra 4.500 e 5000 m in estate, mentre in inverno tornano ad abitare in villaggi di capanne fisse a quote più basse.
A differenza di quello degli agricoltori, alcuni dei quali vegetariani, il regime alimentare di popolazioni nomadi e semi-nomadi, sostanzialmente allevatori e pertanto dipendenti da tutt'altro genere di prodotti, viene definito «bianco d'estate e rosso d'inverno», per via dei latticini, nel periodo caldo, e delle carni disidratate, in quello freddo, che ne compongono la dieta.
A questi, poi, si aggiungono certe piante selvatiche, raccolte lungo gli spostamenti, e soprattutto i prodotti ottenuti da scambi commerciali interni alla regione, come cereali vari, orzo in primis.
Gli uomini, infatti, si dedicano soprattutto al commercio e viaggiano con le loro piccole carovane di cavalli o di yak verso i centri abitati principali dove scambiano animali, latticini, pelli e tappeti con altre merci, in genere alimenti per l'inverno. Le donne vivono invece nei dintorni delle tende, allevando i figli e dedicandosi alla produzione di tessuti e tappeti fabbricati con rudimentali telai. Gli anziani e i ragazzini più grandi, curano le greggi nei pascoli.
I Changpa sono buddhisti, ma nei loro monasteri e sulle loro tende, o sulle porte delle loro rudimentali abitazioni, si possono notare numerosi feticci e amuleti sciamanici tipici della primordiale influenza Bon. Poiché i Changpa sono vissuti per secoli in aree isolate, hanno mantenuto più intatte, rispetto ai Ladakhi, le loro caratteristiche somatiche originarie, tipiche dei popoli provenienti dalla Mongolia, da cui discendono le genti tibetane.

 

 

 

 

 

 


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