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Geological Tours

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Oman, racconti di viaggio (parte seconda)
 

autore:    Giovanni Dalla Valle [03-05-2013]

... continua...

Vita da spiaggia

Assistere all’arrivo della barchetta bianca e azzurra dei pescatori è emozionante. Mentre si dirige verso la riva se ne vede emergere dall’acqua a malapena il profilo azzurro, schiacciata com’è dal peso del pescato. Una jeep la attende sul bagnasciuga e la traina in secca, dove una moltitudine di uomini è pronta per smistare il bottino. I pesci traboccano da quel guscio di noce e mani esperte li dividono per razza riempiendo rapidamente casse di plastica colorate. Noi osserviamo attoniti, riconoscendo numerosi squaletti che riempiono buona parte del natante. E noi nelle acque in cui evidentemente essi guizzano in grossi banchi abbiamo nuotato…
Giovanni si avvicina con occhio esperto. Allunga le mani sul mucchio ed agguanta per la coda un tonno ed un dentice, grossi e con occhio vitreo. Fa capire agli uomini che vuole comprarli e cerca di pagarli, chiedendone il prezzo.
“E’ un dono di Allah”, si sente rispondere, insieme ad un gesto di diniego quando mette mano al portafogli.
Ma lui insiste e riesce a dare la giusta ricompensa monetaria a chi suo malgrado ci ha fornito la cena.
Abbiamo tanta strada da percorrere, una lunga via asfaltata che concilia la pennichella, una dolce perdita di coscienza, un fluttuare tra sogno e realtà cullato dal movimento che viene interrotto non appena la parte desta del cervello percepisce che ne vale la pena.
E questo accade quando ci lasciamo alle spalle la via comoda sostituendola con una pista e poi direttamente con la spiaggia di As Sirab.
Non è una spiaggia normale: è bianca e infinita. E dovremo percorrerne parecchi chilometri, solo noi, l’oceano e l’immenso cielo azzurro.
Giovanni si porta sulla battigia e prende velocità. Voliamo tra terra e mare galleggiando sulla sabbia infida che potrebbe risucchiarci da un momento all’altro, schiaffeggiati dalle onde salmastre che sbattono contro la fiancata e che le ruote ricacciano indietro sotto forma di cavalloni. Sul nostro cammino incontriamo stormi giganteschi di gabbiani che becchettavano tranquilli prima che il nostro motore li inducesse alla fuga. E allora si alzano in volo in gruppo, garrendo e riempiendo di un frullare d’ali concitato tutte le nostre prospettive ristrette dalla visuale di un finestrino.
Quando ci fermiamo per allestire il campo scegliamo un punto a caso nel bel mezzo di quella spiaggia che non ha inizio né fine e che, a ridosso del bagnasciuga, si trasforma in uno specchio sul quale è bello camminare, osservando la propria immagine riflessa e scomposta in un caleidoscopio di colori.
Invece dove il mare non è arrivato ad appiattire la sabbia mille piccole dune corrugano il terreno, ciascuna col suo ciuffetto di erba secca sulla cima e la sua collezione di spazzatura portata dal mare, ricca e varia. Tra quei monticelli poniamo le nostre tende ed è come avere un appartamento privato tra colline morbide e tiepide. Molti si chiedono che cosa ci sia da fare su una spiaggia deserta per ore, non confortati dalla comodità delle docce, dai lettini e dagli ombrelloni. Io credo che il bello sia proprio quello, la sensazione di essere sbarcati su un’isola disabitata come dei novelli Robinson Crusoe. E’ del tutto inusuale la sensazione di contatto diretto con la natura forte e selvaggia, senza i filtri ai quali la nostra vita quotidiana ci ha abituati, senza essere dotati di tutte le infrastrutture che servono “a far passare il tempo”. Non capita tutti i giorni di poter stare sempre all’aria aperta e di goderne i privilegi, come quello di avere sempre un cielo nudo sopra la testa, sia esso imbronciato o limpido e trapuntato di stelle di notte, illuminato di giorno da un sole che sorge e tramonta con magnificenza, senza che nessuna struttura artificiale ci impedisca di assaporare lo spettacolo. Solo in questo modo si può riscoprire il piacere della contemplazione pura e immobile. E’ bello che solo una tenda effimera ci dia riparo per la notte, liberi in ogni momento di uscirne a piedi nudi per ammirare con gratitudine la linea pulita dell’orizzonte, assorbendo il silenzio incontaminato. E’ anche divertente il dover provvedere a tutte le necessità di base che nella vita quotidiana sono date per scontate, mentre in una situazione del genere vanno guadagnate. E ciascuno si adopera come può e sa, in uno spirito di gruppo che nasce spontaneo e senza forzature.
Giovanni si occupa delle belve pinnate. Sulla rive dal mare le squarta, le pulisce e le analizza con un coltello massiccio da far paura; poi le riporta alla base infilzate sull’arpione, con l’aspetto di una persona che nella vita fa quello per mestiere. Termina poi l’opera sul retro del pick up, rovesciato a far da tavolo, ricavandone degli enormi filetti ed anche un carpaccio che si scioglie in bocca, senza la necessità di masticarlo. Silvana e Giorgio, ciascun per sé, raccolgono la legna per il fuoco, che il mare generosamente ha elargito. Lei sembra nata boscaiola mentre lega con una corda i vari pezzi trovati in giro e se li trascina dietro con fatica. Giorgio fa prima, trovando un pallet intero e chiedendo un supporto motorizzato per portarlo fin dove serve.
Stefano invece si improvvisa fuochista, scavando un bel buco nella sabbia ed arrostendo il pallet intero, che solleva fiamme visibili da molto lontano.
Adriana sembra fare meditazione zen intorno al fuoco mentre Marco e Lucia si dilettano nel montare e smontare la tenda un paio di volte, lottando contro le raffiche di vento, quando la struttura metallica si spezza all’improvviso bucando il telone di protezione.
E’ ormai buio quando inizia la grande grigliata di pesce e i vani tentativi di tostare il pane arabo, che può cuocere anche una settimana ma resta sempre e comunque gommoso. E’ una serata che ha il sapore dell’adolescenza, col suo falò sulla spiaggia e le risate spontanee. La risacca che romba piano è soporifera al punto giusto per avere una notte perfetta durante la quale chi ha la passione di gettare un’occhiata fuori dalla tenda di tanto in tanto per assaporare il piacere delle stelle.
La colazione è allietata dal pane abbrustolito al punto giusto -forse una notte di meditazione gli ha giovato- e da una vivacissima caccia al granchio violinista ad opera di Giovanni, che, adocchiatolo da lontano, balza in piedi e lo rincorre col forchettone.
Lucia e Silvana gli danno manforte impedendo il passo alla povera bestiola che, vedendosi inseguito dal gigante col copricapo arancione, cerca una via di fuga laterale, ma c’è sempre qualcuno di troppo grande per lui. Con un gesto rapido Giovanni lo imprigiona coi rebbi della forchetta, non senza che il crostaceo abbia strenuamente combattuto con la sua chela gigante, assestandogli una grande pinzata. Lui non sa, il poverino, che nessuno aveva intenzione di fargli male ma che si voleva soltanto guardarlo da vicino. Giovanni tenta un bacio passionale, Silvana lo rincorre tra le onde con l’iPad, una volta liberato dal morso della posata.
La spiaggia regala milioni di tesori a chi ha la pazienza di scoprirli.
Ad esempio ci sono tutte le impronte dei granchi che nottetempo hanno banchettato coi resti nella nostra cena, trascinandosela accanto alla tana.
Oppure c’è uno scheletro perfettamente mummificato di un pesce scatola. Silvana impazzisce di gioia e si prepara a portarselo in patria. “Ehi, ma puzza quel coso!” obietta Giovanni “Non vorrai mica infilarlo in automobile, forse?!” Così Silvana estrae dalla sua borsa di Mary Poppins del domopack e lo sigilla per bene, per non subire le ire funeste del capo-gita.
Adele e Adriana trovano sulla riva un pesce boccheggiante; ha dei baffi lunghissimi. Impietosite cercano di ributtarlo in mare ma le onde lo rispediscono ogni volta al mittente. Scopriamo in quell’occasione che Marco deve essere stato in una vita precedente un lanciatore di giavellotto: agguanta il moribondo per la coda, inizia a roteare su se stesso e alla fine lo getta lontano.
Il pesce non torna più. Probabilmente è ancora lì che lo ringrazia.
Il mare non regala soltanto piccoli animaletti da assistere o da contemplare. Sulle spiagge selvagge, dove non è arrivato il turismo che costringe i proprietari dei villaggi a snaturare la battigia per renderla meravigliosa a vedersi, è anche possibile trovare cadaveri di interi delfini o i resti di tartarughe in vari stadi di decomposizione, dalle quali i gabbiani hanno staccato pezzi di carapace, forse nel tentativo di sgusciarle ed arrivare alla parte commestibile.
Ma ci sono anche tanti animali vivi, come giganteschi stormi di fenicotteri rosa che sguazzano felici nelle saline e all’improvviso si levano in volo, tutti insieme in formazione, in una simmetria diagonale di ali e corpi che sembra fatta solo per ispirare i pittori.
Oppure gli intramontabili granchi.
Giovanni ci insegna che come può essere molto divertente imprigionarli con una forchetta ha ugual fascino l’attesa. Ci si siede là dove la sabbia smette di essere umida e si aspetta immobili e silenziosi, cotti dal sole a fuoco lento. Spunta una chela da un buco, poi un occhio che ci guarda come noi facciamo con lui. Quando si convince che facciamo parte del paesaggio inanimato la bestiola osa un po’ di più e con uno scattino esce allo scoperto. Un pesce in avanzato stato di decomposizione è un buono stimolo per rischiare, ma lo stato di allerta resta: basta che l’onda si avvicini troppo o che qualcuno sposti la macchina fotografica per provare ad usarla che lui torna nel suo buco alla velocità della luce, per poi riapparire e ricominciare la sequenza da capo poco dopo. Se ha avuto fortuna, magari, è perfino arrivato a succhiare per qualche istante la sua preda prima di fuggire nuovamente, terrorizzato da chissà cosa.
Se eravamo rimasti affascinati dalle piccole dune che ci hanno offerto rifugio per la notte, restiamo invece strabiliati da quelle candide che sorgono un po’ più a nord a ridosso della spiaggia. Sono un deserto di neve in miniatura, collinette color panna spolverate di sfumature candide, montagne lattee con creste e valli che si tuffano direttamente in un oceano blu cobalto. Seduti sulla cima più alta, quella che fa da spartiacque tra la terra e il mare, è bello lanciare per aria pugni di sabbia che, rapiti dal vento, danzano nell’aria in stravaganti pennacchi.
Quando vediamo il promontorio di rocce che chiude l'infinita mezzaluna di sabbia dalla quale accomiatarsi è molto difficile non abbiamo il tempo di rammaricarci troppo, perché in capo a pochi minuti ci troviamo proiettati in un paese di mare surreale: Al Khaluf.
La luce è spietata quando raggiungiamo la marina del luogo; nuvole di gabbiani lanciano strilli acuti nell'aria.
Una barchetta è appena giunta colma di pesce; automezzi dall'aspetto antico e rugginoso, consumati dalla salsedine, la trainano per la spiaggia. Pochi uomini se ne occupano, portando via celermente i pezzi migliori. Resta un cesta traboccante di enormi granchi dalle chele azzurre e qualche razza rimasta evidentemente impigliata nelle reti, che viene scartata e gettata con spregio nella sabbia, accanto ad altre che in precedenza hanno fatto la stessa fine. Un anziano omanita con la tunica bianca e il cappellino si avvicina e, con un coltellaccio, inizia a farla a pezzi, salmodiando sereno in una lingua incomprensibile.
La carne dell'animale è spessa e succosa di sangue vivo; lui la taglia con criterio ed esibisce orgoglioso al piccolo pubblico improvvisato ciò che di buono c'è del pesce, lasciandosi alle spalle gli scarti che i gabbiani si contendono in una baruffa accesa. Io continuo a non capire come abbia fatto a non farsi neanche una minuscola macchiolina sull'abito durante un'attività tanto truculenta.
Se il paese non ferve certo di attività, sulla spiaggia c'è aria di attesa.
Le infrastrutture presenti sulla riva sembrano pronte per accogliere grandi quantità di pesce e parecchi uomini indiani, con maglietta a righe e un drappo di stoffa intorno alla vita, si riparano all'ombra delle tettoie scrutando il mare, dopo aver allestito giganteschi parallelepipedi di ghiaccio. La solita barchetta bianca e azzurra naviga veloce verso i dow, le imbarcazioni locali ancorate poco al largo, e ritorna stracolma di pesci dagli occhi grandi ed inespressivi, ben diversi da quelli ugualmente scuri degli indiani che ci scrutano all’unisono, vivaci e penetranti, molto interessati soprattutto alle carni nude delle signore. E quando leggiamo il peso di un pesce immenso -“quaranta chili!”!- loro ripetono questa nuova parola all’infinito -quaranta!quaranta!quaranta!- scimmiottandoci estremamente divertiti.
Purtroppo dopo quell’intenso contatto con la vita dei pescatori locali dobbiamo dire addio alla vita da spiaggia, perché se anche dedichiamo qualche minuto di sosta alla riva di Filim, è difficile poter definire mare quella distesa di alghe putride lasciate a nudo dalla bassa marea sulle quali è arenata una barchetta solitaria. D’ora in poi si ritorna alla sabbia secca, disposta in dune piacevoli alla vista.


Wahiba Sands - Animaletti

Le dune fossili sono uno stupefacente stratagemma che la natura ha escogitato per rendere eterna la bellezza delle affascinanti colline mobili di sabbia. Nei secoli si è avviato il processo di litificazione che ha trasformato il sedimento sabbioso in solida arenaria finemente stratificata e un occhio esperto riesce a riconoscere nel tipo di inclinazioni differenti degli strati, avvenuti in momenti diversi, la duna che tanto tempo fa c’era al posto delle concrezioni ora pietrificate. La sabbia di una spiaggia non avrebbe mai dato origine a qualcosa del genere. E’ bello osservarle enfatizzate dalla luce del tramonto; è come camminare su un’enorme cartina geografica sulla quale siano tracciate le fitte curve di livello di una zona montuosa.
Le dune fossili sono un interludio, una chicca per permetterci di passare dall’ambiente dell’oceano a quello del deserto, al quale ci avviciniamo lungo una strada asfaltata invasa da lingue di sabbia impertinenti.
Poi, di punto in bianco, l’abbandoniamo in un punto a caso, privo di qualsiasi indicazione. C’è solo un pendio molto ripido di sabbia morbida sotto alle nostre ruote, che scaliamo con fatica e col rischio di insabbiarci e che ci dà accesso ad un mondo fatato fatto di dune bicolori, gialle e rosse, sfumate dall’inesauribile fantasia di un artista invisibile.
Man mano che ci lasciamo alle spalle la zona costiera e ci addentriamo nel deserto di Wahiba Sands perdiamo la magnificenza delle dune, che vengono sostituite da un pianoro bitorzoluto e letteralmente cosparso di minuscoli cespuglietti. In questo modo la purezza del mare di sabbia è persa ma i minuscoli vegetali gli conferiscono quell’ondulazione gibbosa che è impagabile per i giochi di chiaroscuro quando il sole è basso sull’orizzonte. In tanto piattume qua e là svetta una duna piccola e sottile, una lama alta pochi metri soltanto, una solitaria lingua di sabbia rossa coperta da un velo candido, apparentemente messa lì soltanto per dare un rifugio per la notte ai viandanti, a chi si trova a transitare per un deserto che -scopriremo presto- è troppo trafficato.
Non si deve credere che l'esperienza di inoltrarsi in un nuovo deserto a pochi giorni di distanza da quello precedente possa rivelarsi ripetitiva o, ancor peggio, noiosa. Ogni ambiente ha una sua personalità, una sua anima, delle caratteristiche che sono introvabili altrove.
Wahiba Sands ad esempio ci regala lo spettacolo della lucertola tremebonda. E' piccola, maculata e morbida per chi si azzarda ad accarezzarla. Ha dita lunghissime e una peculiarità esilarante: quando si sente in pericolo inizia a vibrare finché viene inghiottita dalla sabbia sotto la quale si nasconde immobile. La poverina non sa di aver a che fare con turisti dalla testa dura, che infilano le mani nel punto in cui è sparita e la raccolgono insieme ad una manciata del suo giaciglio morbido, passandosela di mano in mano e coccolandosela un po'. Ripetiamo il gioco più volte, mentre lei perde energia a vista d'occhio, tanto che, pur tremolando all'impazzata, riesce solo ad appiattirsi un pochino sul terreno, ma non sparisce più. Impietositi dal suo terrore la lasciamo andare. Ed è allora che si trasforma, sollevandosi ritta sulle corte zampette e arricciando la coda come fosse un camaleonte, un espressione truce sul muso da dinosauro. Poi scappa a zampe levate, a balzelloni. Meno timidi sono i coleotteri al tramonto.
Se qualcuno ha la malaugurata idea di appartarsi dietro ad una gobba del terreno con la complicità del crepuscolo per assolvere alle naturali funzioni corporali si trova a scappare a gambe levate quando scopre che, appena espulso il primo escremento, un battaglione di coleotteri arriva in volo ed assale l'oggetto appena partorito, quando ancora è caldo. Chi ha una produzione piccola e tascabile, in formato caprino, si vede sottrarre il frutto del proprio corpo da coleotteri corridori, che se ne vanno molto soddisfatti della propria preda. Chi al contrario genera in dimensioni da Guinness, dopo il primo arrembaggio durante il quale le bestiacce consumano in loco, inizia a temere che le medesime vogliano risalire all'origine di tanta abbondanza e preferisce chiudere lì la sua performance.
Ovunque sul terreno compaiono tracce di animali che, nonostante si tengano ben nascosti, devono essere numerosi e vari, pronti ad emergere dalla sabbia o dal cespuglio che li cela alla vista quando meno ce lo si aspetta. La volpe che ulula nella notte ma che non si manifesta è solo un esempio. Il disegno delle impronte narra la storia delle loro attività e delle interazioni che loro malgrado hanno avuto. Noi, indovini improvvisati, ci dilettiamo a leggere quei segni e a ricostruirne la storia. Alcune sono solo innocenti passeggiate di coleotteri e topolini, ma sul terreno aperto si trovano anche evidenti segni di battaglia, durante la quale magari uno dei due combattenti è caduto, probabilmente finendo nelle fauci di quell'altro.
Ma soprattutto il deserto rende lievi i pensieri e stimola le iniziative, in particolar modo quando si allestisce presto il campo, ancor prima del tramonto, e si hanno a disposizione parecchie ore prima di coricarsi senza nulla da fare, condizione più unica che rara nella vita moderna.
Ad esempio c’è chi asfalta il deserto. Non volontariamente, certo. Ma scelto il luogo sul quale posare la propria tenda si trascina dietro la valigia nella sabbia, con tutta la fatica che questo comporta. Il risultato è il privilegio di avere l’unica abitazione mobile del campo con un vialetto che sembra lastricato. Con qualche fiorellino ai lati potrebbe quasi apparire come un’installazione permanente.
C’è chi parla di politica, chi si guarda sconfortato i piedi bruciacchiati dal sole a strisce a causa dei sandali, chi fa il backup delle schede fotografiche con uno strumento avveniristico e componibile come un lego technic che non necessita della corrente elettrica, chi testa la salute del suo pesce scatola imbalsamato nel domopack, chi cucina una succulenta pasta all’amatriciana, chi si isola sulla cresta della duna e lì seduto potrebbe passare il resto della sua vita, magari immortalando tutte le fasi del tramonto con l’iPad.
Il buio fa radunare la truppa, si accendono i luminosissimi led sopra il tavolo -mai avuto tanta luce in un campo nel deserto!- e si consuma un aperitivo che ha una presentazione degna di un ristorante a cinque stelle. Poi sorge la luna, calante da due giorni.
Se ne indovina la luce al di là della duna e tutti abbandonano il proprio piatto per darle il proprio saluto. Ed è quello il momento in cui qualcuno si pone un interrogativo esistenziale -dov’è che la luna ha perso una fettina? Di sopra? Di lato? Di sotto?- che si trasforma istantaneamente in un tormentone ossessivo che ci tiene compagnia fino a notte fonda e che dimostra in maniera palese che la realtà non è mai univoca ma sempre interpretata.


Wahiba Sands - Incontri

Il deserto di Wahiba Sands è troppo frequentato.
E’ inammissibile dover incrociare altri automezzi che magari trasportano turisti. E’ più bello avere il privilegio dell’unicità. E la presenza di tutti quei vegetali disturba un po’ il concetto di deserto che è nell’immaginario comune.
Questo però non impedisce di insabbiarsi comunque, con le ruote tra un cespuglio e l’altro.
Giovanni fa da apripista; affonda, emerge grazie alle spinte di tutti, ritorna alla base della salita insidiosa e si affianca al fuoristrada di Stefano.
I due compari si guardano, con quell’espressione di complicità che tanto mi ricorda i film di Bud Spencers e Terence Hill: “Che dici, collega? Qui o si fa di aderenza, o si fa di ignoranza!” e, visto che andare di aderenza è troppo ovvio e poco avventuroso, si sceglie l’ignoranza.
La salita viene affrontata alla spera-in-Dio con cattiveria e decisione, una volta e un’altra ancora, ma la duna ha sempre la meglio, risucchiando l’automezzo quando tutti siamo illusi di avercela fatta, in un tanfo di frizione raccapricciante. Niente comunque rispetto alle insidie di Rub al Khali.
C’è di buono che in quel deserto trafficato c’è anche un autogrill, se così possiamo appellarlo.
Si tratta di una specie di capanna che consta soltanto di due pareti fatte con stuoie variopinte e di una tettoia. La parte frontale è aperta per lasciare in vista il grezzo tavolo di legno che ospita il semplice artigianato locale in vendita.
Dall’altro lato della pista fa bella mostra di sé l’oil station, un tetto di lamiera sostenuto da pali di legno sbilenchi che dà riparo ad un bidone blu, presumibilmente il carburante per chi resta a secco.
Il tutto è gestito da tre fratelli. Il boss è il maggiore, un bambino in carne sui dieci anni, che accetta al volo la sfida calcistica di Stefano. A seguire ci sono le due sorelline, tra i sei e gli otto anni, che indossano pregiati abiti fiorati azzurro-verdi, identici e con le maniche bordate di una passamaneria d’oro finemente ricamata. E’ a loro che spettano le public relation, il compito di offrire ai passanti il caffè e i datteri sorridendo dolcemente e quello di mostrare la merce in vendita.
Pochi chilometri più in là entriamo in un villaggetto. A dirla tutta sarebbe più onesto dire che passiamo accanto ad una baracca e ci fermiamo perché alcuni bimbi schiamazzano in prossimità della pista.
Quello che colpisce fin dalla prima occhiata chi è abituato solitamente a viaggiare in Africa è l'estrema pulizia degli abitanti del deserto locali. I bambini indossano abiti senza strappi e neppure impolverati e ci si avvicinano per nulla intimiditi -ho detto io che quel deserto è troppo trafficato!-.
Familiarizzare con essere umani piccoli è sempre facile, in qualunque parte del mondo, anche quando non si ha una lingua in comune. Si riesce benissimo a farsi intendere quando si chiede una fotografia o quando loro vogliono saggiare il pedale dell'acceleratore del fuoristrada, beandosi del rombo del motore che ne ottengono in cambio. Parimenti non si sconvolgono quando Giovanni solleva uno di loro e lo lancia fino al cielo.
Sulla sommità della collina che delimita la pista da un lato risiede uno sparuto gruppetto di donne coi bimbi più piccoli. Ci chiediamo se sia opportuno avvicinarci; sono velate di bellissimi abiti sgargianti e potrebbero non gradire. Inizialmente tentenniamo, ma come sempre la voglia di provarci ha il sopravvento. Camminiamo lentamente verso di loro, in modo da capire se risultiamo ospiti sgraditi. Una sparisce all'interno della capanna e pensiamo che non voglia aver a che fare con le nostre macchine fotografiche. Invece esce subito dopo e veste di tutto punto il bimbo più piccolo, che aveva il sedere al vento. La sua amica, intanto, immortala la nostra marcia di avvicinamento con un modernissimo iPhone.
I bambini mostrano di conoscere molto bene l'iPad e, fattoselo prestare da Silvana, cercano subito di connettersi ad internet. Non ci stupiremmo se il loro papà, al momento non presente, avesse un lussuosissimo V8.
Mentre ci dedichiamo all'osservazione degli abiti delle donne e delle bambine, alcuni dei quali sembrano addirittura preziosi per le finiture che hanno, un ragazzino ci lancia addosso un cucciolo di gatto, il quale, terrorizzato, si arpiona alla prima maglietta che trova per non volare per terra, miagolando penosamente: non ha certo l’aspetto di un free climber convinto. Il micino passa di mano in mano, i piccoli proprietari ce lo offrono in dono e sono sicura che qualcuno della compagnia si è messo a ragionare sul modo di farlo entrare nel proprio bagaglio.
L’ultima immagine di cui conserviamo il ricordo, mentre ci accomiatiamo dal grosso gruppo familiare, è quella di una mucca apparsa dal nulla (una mucca nel deserto?!) che viene condotta a bere presso un grosso serbatoio di plastica bianca per poi sparire con la stessa celerità.
Ho visto un certo numero di deserti nella mia vita, ma non avevo mai incontrato tanti particolari stridenti tutti raccolti in un unico posto sperduto in un nulla sabbioso.
Per la pausa pic-nic del giorno viene scelta l’esclusiva sistemazione presso il 1000 Stars Camp. Avevo letto sulla brochure di un sofisticato tour operator questa definizione ed ero veramente impaziente di verificare coi miei occhi quanto lusso potesse esserci in un campo tendato.
Entro una recinzione in muratura sono disposti piccoli casotti a base rettangolare e alcune grosse tende scure, di quelle usate dalla famiglie beduine, che però ospitano letti con reti e materassi. Accanto a ciascuna sorge una torretta circolare di mattoni color sabbia priva di tetto che racchiude un vero e proprio bagno con tanto di sanitari splendenti in ceramica bianca e perfino la doccetta accanto al wc tipica dei paesi arabi. E’ uno strano connubio tra la comodità e il voler dare l’impressione di trovarsi a contatto con la natura: la tazza è confortevole e i muri regalano tutta la privacy alla quale ciascuno anela. La mancanza di tetto inoltre illude chi usufruisce del servizio di vivere un’avventura vera all’aria aperta, mentre la totale assenza d’acqua fa rimpiangere a chi viene da sei notti di campo nel deserto la pulizia di una buca scavata nella sabbia.
Una tettoia dà ombra a due lunghe panche che si fronteggiano; il proprietario del campo di charme ci offre un’intera ciotola di datteri morbidi ed appiccicosi al punto giusto, indimenticabili.
Di esclusivo la struttura offre giochi per bimbi, altalene e panche sulle quali dondolarsi in mezzo alla sabbia e l’impagabile spettacolo di alte dune alla base delle quali pascolano due cammelli, che penso siano stati aggiunti come elemento decorativo e siano anche stati legati perché non possano muoversi da lì. E, soprattutto, delle slitte con le quali è possibile effettuare discese dai grandi monti sabbiosi come se ci si trovasse sulle Alpi d’inverno, ma manca lo skilift per riportare la slitta in alto. Forse abbiamo capito la funzione dei cammelli che credevamo decorativi….
Il 1000 Stars Camp dista davvero poco dalla civiltà; una manciata di chilometri tra valli sabbiose e cespugli e improvvisamente il deserto finisce. Tutte le tracce di pneumatici convergono a raggera su una strada asfaltata oltre la quale si vedono chiaramente alberi e case.
E’ davvero un duro colpo per noi e, in un silenzio colmo di tristezza, salutiamo già nostalgici il capitolo del deserto.


Paesi di montagna

Se i paesi del sud dell’Oman ci avevano fatto pensare che l’architettura locale fosse qualcosa di orribile e standardizzato, un insieme di case a schiera bianche tutte uguali e senz’anima, nell’istante in cui ci lasciamo alle spalle il deserto non riusciamo a credere ai nostri occhi. Abbiamo parecchi chilometri da percorrere e le tre cittadine che incontriamo in sequenza -Bidiyyah, Nizwa, Al Hamra- hanno caratteristiche che le accomunano ben diverse da quelle che potevamo aspettarci in base all’esperienza fatta fino ad allora. I borghi costruiti con lo stampino sono sostituiti da palazzi magnificenti e l’attraversamento senza soste dei centri abitati lascia quella sensazione di mordi e fuggi tipica di ogni viaggio, quando le cose belle da vedere sono tantissime e il tempo sempre troppo poco.
L’architettura orientaleggiante del luogo è spettacolare; la cura dei dettagli, l’ordine e la pulizia sono qualcosa che colpisce e che fa riflettere di fronte a certi casermoni trascurati che costituiscono i nostri abituali orizzonti.
Nessuna finestra è banalmente rettangolare, piuttosto ha una struttura con dettagli tondeggianti diversi da casa a casa. Nessun vetro è trasparente ma ognuno sceglie il colore che preferisce -blu, verde, rosso...- e spesso non si limita a quello, ma compone figure pretenziose come fossero vetrate di una chiesa, dove i santi sono sostituiti dalle palme. Spesso portano montate delle inferriate, che però non danno la sensazione di esser state aggiunte per proteggere la casa da assalti nemici, ma appaiono più come vezzi estetici, come un completamento indispensabile per rendere l’insieme più bello.
Ovunque ci sono smilze colonnine decorate con mosaici variopinti che sostengono archi acuti, costruzioni anche piuttosto grosse ma sempre arricchite da forme architettoniche estrose, pieni e vuoti che si alternano ad arte e torrette che fanno pensare a castelli con tanto di principessa prigioniera. Il tutto è sempre cintato da un muro in tinta che sfoggia un cancello d’ingresso in metallo completamente coperto da decorazioni in ferro battuto e arzigogoli dorati, luccicanti nel sole di febbraio.
Neppure i negozi passano inosservati, con le loro insegne roboanti e le vetrine coperte da coloratissime illustrazioni della merce venduta. E poi c’è una gran vita di gente che passa e va, di uomini in tunica bianca e cappellino e anche di donne con abiti molto sgargianti. Solo lì si possono trovare i famosi succhi di frutta dell’Oman, dopo tanto deserto, e proprio tra quelle cittadine, gironzolando intorno ad una moschea qualsiasi, si può essere avvicinati da una persona devota e sorridente che prova a catechizzarci, regalandoci una musicassetta con accorati discorsi in inglese così ben confezionata da esser facilmente scambiata per una scatola di biscotti.
Per contro, tra un paese e l’altro ci si può imbattere in un borgo come quello di Tanuf, un suggestivo villaggio in rovina in cui i resti degli edifici d’argilla, delle moschee e delle abitazioni permettono di farsi un idea precisa di come dovevano apparire i centri abitati dell’Oman prima dell’avvento della modernità. Esso fu bombardato dalla RAF negli anni ’50 durante la guerra di Jebel e poi abbandonato dai suoi abitanti. Tanuf fu coinvolto nel conflitto poiché la vicina Nizwa, un tempo politicamente autonoma dal sultano e governata dall’Imam, tornò sotto il controllo centrale grazie all’appoggio degli inglesi proprio a seguito di quelle sanguinose battaglie.
Anche Al Hamra ha un quartiere di case in fango e paglia. La differenza da Tanuf è che se anche ce ne sono di diroccate, la maggior parte è ben tenuta ed abitata, edifici a due piani curati che si appoggiano ordinatamente al terreno scosceso fino a finire in un mare di palme frondose. Pochi metri più in là fanno bella mostra di sé ville magnificenti, appartenenti alla stessa cittadina, che sembrano però far parte di un altro mondo.
Chicca assoluta in termini di “antichità”, se così possiamo chiamarle, è il vecchio paese di Ghul; edificato all’imbocco di un suggestivo wadi ai piedi della più grande montagna dell’Oman (Jebel Shams, 3075m slm), ha le case in pietra perfettamente mimetiche con la roccia sulla quale sono appoggiate e domina un folto palmeto ed un fondovalle coltivato a zone geometriche. In quel caso nessun evento catastrofico ha indotto gli abitanti ad andarsene, a meno che non si ritenga tale l’abbandono per trasferimento in un nuovo villaggio anonimo ma con tutte le comodità, subito al di là del fiume.
Quello è il nostro ultimo contatto con la civiltà. La strada da quel punto inizia ad inerpicarsi su per i monti con una pendenza mai vista, soprattutto nei pochi tornanti che la tormentano, e noi la percorriamo, verso il cielo, verso uno sconosciuto campo in quota che -pensiamo- ci offrirà solo sassi aguzzi sotto alla schiena ed un freddo polare.
Per fortuna ci sbagliamo di molto e scopriamo che è anche relativamente facile trovare un luogo acconcio un po’ discosto dalla strada; oltrepassando il cadavere in decomposizione di un vitello raggiungiamo una piana abbracciata da monti di ogni forma e dimensione: tondeggianti e rossi di tramonto, triangolari e lontani nella foschia, come se appartenessero ad un sogno.
Se obiettivamente non c’è della comoda sabbia a farci da giaciglio, è anche vero che Adele ci dà un valido esempio di come si spazza dalle pietre una piazzola per rendere confortevole il sonno.
Giovanni accende l’autoradio. L’aria frizzante accoglie la colonna sonora del viaggio, mentre con Stefano canta a squarciagola preparando la cena.
Un fuoco di dimensioni colossali prende vita dopo il tramonto, un falò fatto di legna secca e di cespugli estirpati dalla passione di un geologo per le montagne nude; lingue arancioni che danzano nella notte, volti arrossati dal calore, tepore che rinfranca, mentre la luna sorge a rischiarare i nostri movimenti.
Quando tutto tace -o dovrebbe farlo- osservo un andirivieni furtivo nel campo.
Due individui si muovono senza parlare, le pile spente.
Spostano sassi, e anche grossi, veri e propri pietroni.
Uno, un altro, un altro ancora.
Li raccolgono e li vanno a posare intorno alla tenda di Adele -che russa ignara- e si fermano solo dopo averla completamente circondata, sancendo involontariamente il confine tra la zona accuratamente spazzata e quella piena di sassi. Solo allora si stringono la mano soddisfatti e complici, dopodiché, energizzati dalla marachella notturna, vanno ad esplorare qualche cima nei dintorni.
“Che cosa dirà Adele quando domattina vedrà la Grande Impresa?” chiedo loro.
“Che sono stati gli gnomi!” mi viene risposto.
D’altronde chi si costruisce un vialetto privato nel deserto ha anche diritto ad una staccionata montana in stile!


Wadi Ghul

Wadi Ghul è una ferita nella montagna di roccia nuda, un taglio netto che separa i due lembi di pietra dando origine ad un orrido vertiginoso solo a pensarci.
Abbiamo il privilegio di trovarci sulla montagna più alta dell’Oman, Jebel Shams, con una visione aerea impagabile del wadi sottostante, punteggiato a tratti da folte palme. Neanche un elicottero ci garantirebbe un panorama così stupefacente.
Finché non si arriva in prossimità del luogo non si immagina che quel plateau in quota possa essere spaccato in una maniera tanto drastica. Si parcheggia presso un villaggetto di sassi e di capre a pelo lungo perso nel silenzio. Lungo l'imbocco del sentiero sono posizionate alcune bancarelle, presso le quali alcune donne vendono minerali e monili di artigianato locale, guardate a vista da un vecchio saggio con la barba bianca. Tutto è idillio e sorrisi fin quando si è potenziali clienti. Ma se ci si improvvisa fotografi senza aver acquistato nulla gli umori mutano e piovono sassate.
Meglio lasciarsi alle spalle "la civiltà" per inoltrarsi nella pura natura, affidandosi alle leggi severe della montagna.
Benché il luogo possa terrorizzare per le sue pareti strapiombanti, il sentiero inganna l'occhio e se non si va troppo per il sottile sembra di fare una qualsiasi scampagnata in un luogo sicuro, con ampio margine d'errore. Il buon senso però ci induce a far ben attenzione a dove mettiamo i piedi, perché se anche ci sentiamo tranquilli sappiamo che un qualsiasi errore ci potrebbe essere fatale.
Tutti in fila a seguire lo stesso sentiero, siamo come formichine nell’immensità del paesaggio, minuscoli esserini sospesi a mezza altezza di una parete di roccia verticale.
Camminiamo nell’aria fresca del mattino ma riscaldati da un sole implacabile, incontaminato, che ci spellerà senza che ce ne rendiamo conto. Osserviamo i noduli di minerali incastonati nelle rocce, i festoni di stalattiti -gli speleotemi- che a tratti incombono sopra le nostre teste, l’aquila reale che vola maestosa nella purezza di un cielo blu e terso, gli ometti di sassi accatastati proprio là dove il sentiero diventa strapiombo, il paesello nel fondovalle, una manciata di case quadrate accoccolate in un ansa del fiume in secca, il panorama che si trasforma, costone dopo costone, senza perdere in maestosità.
All’improvviso, dopo un’ultima piega della montagna, vediamo la fine del wadi, là dove i lembi della ferita di pietra si congiungono.
Quella è la nostra meta; ha nome Sap Bani Khamis ed è un villaggio abbandonato.
In origine ospitava quindici famiglie, che hanno abbandonato il luogo singolare dopo che il sultano Qabus, salito al potere, operò numerosi cambiamenti nel Paese. Bisogna conoscere a priori la sua esistenza perché è così ben mimetizzato che si corre il rischio di capitarci in mezzo senza accorgersene. Incastonato in una fenditura del monte, lascia in memoria dei suoi antichi fasti soltanto poche casupole di sassi chiari semi diroccate, alcune delle quali a due piani. Sono essenziali e internamente spoglie; qua e là ci sono delle nicchie scure nelle pareti, forse in quelle adibite a cucina.
Stupisce una macina per il grano, non ancora trafugata, ed una meravigliosa porta di legno finemente intagliata e in ottimo stato di conservazione, posta accanto alla casetta di cui faceva parte.
Di certo il posto offriva un ottimo riparo nei confronti di eventuali nemici e le condizioni di vita, anche se ai nostri occhi potrebbero risultare proibitive, non erano affatto male. Gli autoctoni infatti avevano la compagnia di animali (capre, pecore ed asini) ed erano riusciti a ricavare un serrato terrazzamento della roccia in cui coltivavano su terra riportata ogni genere di albero ed ortaggio. L’acqua non è mai stata un problema per loro e lo testimonia una cisterna addossata alla montagna, posta poco oltre il paese, ora piena di fango. Un sistema di canaline convogliava l’acqua da lì alla sottostante zona delle terrazze. Accanto alla cisterna c’è un insieme di piccole costruzioni sicuramente non abitabili che forse erano adibite a magazzino o costituivano una ulteriore riserva d’acqua.
Mentre qualcuno sfugge verso l’alto, arrampicandosi con l’invidiabile agilità di una scimmia e scopre, nella sua ascesa, un incantevole laghetto blu, ai comuni mortali non resta che prendere la via del ritorno, con una certa celerità per tutto il ritardo accumulato durante l’escursione.
Il ritorno è in salita e controluce e il sole ha acquistato un vigore eccessivo; è persa quell’attesa fibrillante propria dell’avventura verso una meta ignota. La compagnia si sgrana, ciascuno vittima della propria velocità di alpinista. Si procede in silenzio, concentrati sull’itinerario e, forse, anche sul pensiero che la partenza sta per saltarci addosso a tradimento.
Una volta caricati sul fuoristrada siamo tutti ben consapevoli che ci aspetta solo un ultimo lungo trasferimento e poi sarà finita. L’aria entra gelata dai finestrini, i Nirvana urlano nell’abitacolo, accompagnati da un canto corale mentre perdiamo quota velocissimi, fino ai paesi del fondovalle, fino all’ingresso del wadi ombreggiato di palme che ci offre l’occasione dell’ultimo pic-nic insieme, allietati dalla presenza di alcuni bimbi molto socievoli coi quali giocare è facile.
Poi basta. La strada asfaltata scivola via chilometro dopo chilometro, le montagne intorno a noi si abbassano ma non perdono mai completamente il loro fascino.
Lo struggimento è un sentimento palpabile, quasi un dolore fisico; è quella malinconia senza nome che si fa strada veloce ed opprimente. La certezza di un telefonino che prende sempre, la capitale ormai alle porte e il tempo che corre senza poterlo arrestare ci proiettano nel mondo dal quale siamo partiti mille anni addietro.
Quel trasferimento senza scossoni lungo una strada moderna è in realtà un viaggio dell’anima, una camera di decompressione che ci permette di passare da uno stato mentale all’altro, dall’estate all’inverno, dalla libertà spensierata ai doveri, dalla vacanza alla routine. E trecento chilometri non sono certo sufficienti per accomiatarsi a dovere dalla natura forte che ci ha ospitati alla quale abbiamo lasciato un pezzetto di noi o da quel senso di avventura, di evasione da un programma preordinato che ci ha resi complici nell’esplorazione di una terra tanto bella. E neppure bastano per farci una ragione del fatto che stiamo per salutare forse per sempre i singoli partecipanti di un gruppo coeso da subito, del quale è stato facile far parte, con la gioiosa sensazione di trovarsi improvvisati attori di una gita scolastica di parecchi lustri in ritardo, ma con i sentimenti di allora intatti.
Celebriamo con una cena sontuosa proprio in riva al mare la fine della vacanza, aspettando che lo struggimento si trasformi in ricordo e il ricordo in voglia di partire di nuovo.

 

 

 

 
 
 

 


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